Prefazione VI Edizione


“Across the space Across the time”

Rassegna annuale itinerante di arte e letteratura ideata e curata da Mimma Pasqua

“Tieni Itaca sempre nella tua mente durante il tuo viaggio e ringraziala di averti dato un viaggio meraviglioso.

Senza Itaca non saresti mai partito.”    K. Kavafis

Che cos’è il tempo?
Difficile definirlo, ma senza il tempo non potremmo parlare di passato, presente e futuro, cioè di raccontare e dare un senso alla nostra vita.
Più che definirlo, il tempo, abbiamo degli indizi, delle tracce che il suo trascorrere lascia su persone e cose.
Il temps perdu di Proust che indagava la memoria del passato e il suo riemergere nel presente risvegliando le emozioni e i sensi.
E’ nel Timeo di Platone che compare una riflessione articolata del tempo che il filosofo definisce “immagine mobile dell’eternità” e che Aristotele pensa come “l’ordine misurabile del movimento”,
prendendo come punto di riferimento il movimento circolare degli astri. Ma che senso ha parlare di passato e futuro visto che il passato non è più e il futuro non ancora? Si chiedeva Sant’Agostino e più tardi Hegel, concludendo che esisteva solo il presente: il presente del passato mentre lo ricordiamo, quello del presente e del futuro.
Un eterno presente, quindi, che si nutre della coscienza e che correla il destino dell’uomo alla sua possibilità di modificarlo, scrivendo la propria storia.
Un tempo, quindi, della libertà di immaginare il proprio futuro dandosi degli obiettivi, non punti di arrivo, ma frecce direzionali.
Non più una concezione meccanicistica, ma dinamica e aperta che affonda le sue radici in Einstein e nella fisica della relatività.
Ma il tempo, aveva detto Kant, insieme allo spazio è una forma a priori della sensibilità: tutto quello che c’è nel mondo viene percepito e ordinato attraverso queste categorie.
Quindi è più corretto parlare di spazio/tempo e la domanda che ci poniamo è se il tempo sia un valore assoluto o relazionale, cioè soggettivo e se sia correlato alla dimensione del cambiamento.
Bloccare il tempo come nel sogno faustiano, anche solo per un attimo, è ciò che fa la fotografia, che nella vicenda umana ha costituito una rottura copernicana. Per la prima volta ci troviamo di fronte a immagini che non sono fatte dall’uomo, ma che sono prelevate dal reale, tracce di qualcosa di estremamente obiettivo e ambiguo.
La fotografia non è solo una fetta di spazio, ma anche di tempo. La metafora della foto è che il ricordo si possa immagazzinare così com’era. In realtà il ricordo può essere più o meno fedele, ma non è mai una fotografia nel senso banale del termine. Le foto sono tracce, ma noi le guardiamo nel presente, aggiungendo tutto ciò che ha a che fare col momento in cui le guardiamo, a partire dal motivo stesso per cui le prendiamo in mano.
Il tema del tempo/spazio ha affascinato gli artisti. Che cos’è altrimenti la pittura ultima di Tiziano che si sgrana preannunciando il dissolvimento della materia e quella degli impressionisti che documentano il trascorrere del tempo e la sua mutata percezione, resa più veloce dai cambiamenti socioeconomici della II° metà dell’800, attraverso la mutevolezza della luce?
E che dire del tentativo di rappresentazione simultanea della realtà per mezzo dello specchio in Bonnard e poi in Picasso, che, abbandonando definitivamente il canone della bellezza occidentale, scompone la figura e ne fa una costruzione mentale in cui tutto è visibile nello stesso tempo e del futurismo che disintegra la visione in un dinamismo cosmico senza respiro?
Rappresentare lo spazio in pittura fu scommessa di secoli vinta con la scoperta delle leggi sulla prospettiva e il suo attraversamento fu un taglio, desiderio di assoluto.
Il tempo e lo spazio sono così correlati che l’uno influenza la percezione dell’altro: il tempo slow percepito nell’immersione nella natura; quello fast della realtà urbana.
Ma è lo stato d’animo che influenza la percezione o viceversa?
E le esperienze passate influenzano la percezione del tempo e dello spazio?
Il tempo è dinamismo nello spazio e spesso non ci fa vivere, il presente perché la dimensione del futuro ci attrae al punto che si vive non per vivere, ma per avere già vissuto.
Il tempo incalzante è la negazione della riflessione che richiede di fermarsi, di sostare e vagabondare.
Nel viaggio, reso possibile dalle coordinate spazio-temporali, e che è il cammino della vita verso un orizzonte che si avvicina sempre di più, si sperimentano situazioni, si vivono incontri, si consumano amori, si visitano luoghi e si oltrepassano frontiere.
É il viaggio di formazione attraverso cui costruiamo il puzzle della nostra storia, quella che ci identifica.
Come un luogo è l’insieme labirintico di tempi ed epoche diverse così ciò che abbiamo vissuto ci segna indelebilmente e simultaneamente.
Il viaggio di Tornare@Itaca è il viaggio dell’arte in una ricerca incessante, in un desiderio di scoprire, svelare e svelarsi che motiva la ricerca artistica.
E’ il viaggio che dalle regioni meridionali della penisola risale al Nord; quel Nord che affascina come le sirene di Ulisse.
Nord e Sud come metafore, come estremi che si contrappongono e si riconoscono.
Noi di “Tornare@Itaca”, non mossi da una causa, ma spinti da affinità sotterranee, soggettive e arbitrarie, come tutto ciò che rientra nelle categorie della mente e del gusto, abbiamo intrapreso un viaggio alla ricerca degli artisti emersi negli ultimi trent’anni da un humus fertile e caotico. Di quegli artisti che con il loro fare hanno lasciato tracce dentro e fuori di noi ed hanno segnato la storia, anche se ignoti ai più, ed oggi ve li mostriamo a Cosenza, città dei Brettii e degli Enotri.

Mimma Pasqua