Prefazione VII Edizione


“Luci e Ombre – dedicato a Mattia Preti nel 4° centenario della nascita”

Rassegna annuale itinerante di arte e letteratura ideata e curata da Mimma Pasqua

“Su un viaggio immaginario in Calabria e su una mostra fra luci e ombre, mentre si celebrano i quattrocento anni
della nascita di Mattia Preti, pittore e cavalier calabrese.”

E’ giunto alla sua settima stazione il viaggio iniziato nel 2007 a Grimaldi, in una zona della Calabria poco conosciuta a ridosso della catena tirrenica, col resoconto dell’emigrante, che, tornato, racconta la sua storia e rassicura i concittadini e gli amici perchè non gli ha fatto fare brutta figura, e che insomma si è ritagliato un posto di tutto rispetto nella vita. Non si parte mai soli. Il viaggio è sempre inclusivo, perché l’essere è simultaneo e insieme a lui si muove il mondo e i luoghi, le cose e le persone modificano il suo stato; è quanto appare nell’opera di Ilaria Beretta in cui tutto avviene nello stesso momento senza apparente ordine o scansione temporale e, come sulle pareti della grotta dell’uomo primitivo, è lì a ricordare un passaggio. Poiché Il giardino della vita fiorisce tra luci e ombre, quando il cerchio angusto del sé amplia il suo raggio all’altro, allora si realizza il passaggio dall’ombra alla luce e la poesia del tulle coi colori del bosco è il ritorno a casa di Ivana Margherita Cerisara.
Taverna è un piccolo centro della Sila catanzarese.Vi si arriva per una stradina tortuosa e i pullman vi passano a fatica. Il tempo in questi posti si allunga: è quasi immobile.
Non si fa fatica a immaginare come potevano essere questi luoghi quando Mattia Preti se ne andò a Roma per imparare il mestiere nella bottega del fratello pittore.
Da sempre gli abitanti hanno cercato altrove il loro futuro. Si nasce qui con la consapevolezza di un destino segnato, una sorta di capitolazione, come quella testa troncata dal cuneo, incisiva ed essenziale, di Albino De Francesco.
La temporaneità e la fragilità della vita sono percepite con intensità in una terra soggetta a frane e agli sconvolgimenti dei terremoti. Le luci e le ombre del seicento sono frutto della consapevolezza dell’uomo del suo stato di crisi, dell’addio all’onnipotenza che lo poneva al centro del mondo, delle sue miserie e contraddizioni. L’uomo abbandona l’Eden di una classicità serena dove tutto è luce e si cala in una realtà percepita come tenebrosa. Veronica è sedici strati di tulle ritagliati a mano e sovrapposti. Il panno nero ne enfatizza il dolore e il bianco del viso è fatto di luce che traspare dai veli radi nell’omaggio che Giorgio Tentolini fa al cavalier calabrese. Sotto i cieli barocchi che si gonfiano di nubi va in scena la vita con i suoi riti di teatralità esibita ed ostentata; è in quei cieli che l’animo, preda dell’immenso, rischia di smarrirsi (Anna Lambardi).

A volte i fili della vita si ricongiungono a formare trame impreviste. Loretta Cappanera ricorda un anno, 1998, e un paese fantasma della Calabria grecanica, Pentedattilo in provincia di Reggio Calabria, aggrappato al costone di una montagna, deserta ormai di uomini e lambita dalla memoria di una Grecia lontana. Allora i colori rossi della terra e gialli ocra delle stoppie e oggi pagine leggere su una lavagna nera legate da un cordoncino bianco a ricordare. Far rinascere l’ombra e darle vita è dare corpo ai fantasmi. Un viaggio rischioso alla scoperta dell’ignoto. Ma è ciò che fa da sempre Marco Magrini con le sue nere ed enigmatiche presenze su fondi gialli di terra bruciata che vira sull’arancio, il colore del deserto egiziano.
Ma l’ombra emerge rivelando forme incongrue e inattese, numeri e lettere, matrici di alfabeti sconosciuti nella pittura di Giulio Telarico che copre con la tela i segni e li disvela insoluti. Fu il Tao ne I ching o libro dei mutamenti a far apparire nel II° millennio a.C. l’alternarsi della luce e dell’ombra, elementi pulsanti e transitori che accompagnano il ritmo dell’atto creativo. La luce è da sempre metafora del bene, contrapposta all’oscurità del male, o è simbolo divino. Ma fu il bagliore del lampo a far chiudere gli occhi all’uomo perché finalmente volgesse a sé lo sguardo. Ugo Locatelli riporta il pensiero all’origine del tutto e lo fa con l’occhio del pittore rinascimentale, artista/scienziato e pensatore.
A volte l’ombra dei ricordi è una macchia che dilaga sul foglio di carta ingiallito, allora bisogna afferrarla e stringerla con delicatezza con mani bianche e luminose per contenerla, come fa il bimbo con la goccia d’acqua. In Teo de Palma, pittore della memoria, la delicatezza struggente della rosa, archetipo femminile suadente e seduttivo, diventa effusivo e impronta di sé ogni cosa. Oppure succede che punture di spillo buchino il cartone d’arazzo e delineino improvvisa una figura di donna, che, come sinopia, emerge dal fondo e appare ombra luminosa (Antonio Piga).